La parola magica

C’era una volta un giovane vagabondo, un vagabondo strano. Lui aveva una casa, un lavoro, abiti profumati. Eppure, a conoscerlo bene, si capiva che non aveva una fissa dimora perché la sua mente era sempre alla ricerca di qualcosa e non stava fermo in nessun posto.

“Devo andare….ho fretta…tornerò” diceva.
“Resta ancora, guarda che così ti stressi” lo ammonivano i suoi amici.

Ma per il vagabondo loro non capivano. Doveva andare, fare, andare e fare . Così correva tutto il giorno, tutto l’anno, senza prendersi mai una vacanza.

Poi gli capitò qualcosa che non aveva previsto. Il vecchio si era piazzato davanti alla sua auto e non si spostava.

“Parola magica” chiese attaccandosi come una ventosa alla portiera.
“Su su che devo andare…” rispose scocciato il vagabondo.
“Senza parola magica non mi sposto è la regola!”
“E io ho fretta!” replicò
“Dove devi andare?”
“Devo andare!”
“Ma dove?”
“Che stress…”
“Parola magica!” riprese il vecchio.

Il vagabondo pensò che in realtà non doveva proprio andare da qualche parte.
“Bastone” disse controvoglia.
“Sbagliato, prova ancora!”
Il vagabondo iniziò a sparare a raffica ma nessuna parola funzionava. Chiuse gli occhi, raccolse i pensieri positivi per non insultare il vecchio e quando li riaprì l’uomo era sparito. Quindi partì e andò a fare il niente o il tutto.

Qualche tempo dopo il vecchio ritornò.
“Parola magica!” lo ingaggiò ancora.
“Lasciami in pace…” ma il vecchio non mollò e il giovane vagabondo si trovò a giocare senza azzeccare la parola. “Facciamo un giro in macchina insieme?” propose sfinito e il vecchio accettò.

Il vagabondo si mise a guidare e qualche chilometro più tardi si rese conto che non aveva una meta. Il vecchio se ne stava in silenzio, entusiasta della sua avventura. “Dove andiamo?” domandò. “Beh…andiamo!” rispose incerto il vagabondo.
“Si, dai che ho fretta…” disse il vecchio. “Fretta?” chiese stupito il vagabondo. “Certo mi stufo qui. Cosa pensi che non ho niente da fare? Su su, muoviti”
Il vagabondo pensò a tutte le volte che aveva risposto nello stesso modo. Dove stava andando?

Arrivò in collina e decise di prendere una boccata d’aria. Aiutò il vecchio a scendere, si girò per chiudere la macchina e… il vecchio era sparito.
“E adesso?” pensò il vagabondo. Si mise a cercarlo ovunque ma del vecchio non c’era traccia.  Si accasciò sfinito ai piedi di un albero e si diede del tempo per pensare.

“Non pensar troppo che ti fa male!” lo ammonì il vecchio comparendo al suo fianco.
“Dov’eri sparito?” chiese arrabbiato
“Che ti importa? Ero andato ma ora sono tornato e tra poco riparto”
“Aspetta un attimo…io voglio sapere. Qual’è la parola magica?”
Il vecchio si mise a ridere e con andatura zoppicante tornò da dove era venuto.

I giorni passarono e il giovane vagabondo non riusciva a pensare ad altro che alla parola magica. Il vecchio gli aveva messo un tarlo in testa e lui non riusciva più ad andare e fare, fare e andare perché cercava la risposta. Tutto era diventato calmo in lui e si sentiva agitato perché non era abituato a stare fermo.

Era immobile al banco della frutta indeciso su cosa acquistare. Un tempo avrebbe preso qualcosa al volo ma ora voleva scegliere e scegliere bene. Fu lì che ricomparve il vecchio.
“Oh finalmente!” esclamò il vagabondo.
Il vecchio ci mise qualche istante a ricordare chi fosse.
“Allora, quale è la parola magica?” domandò il giovane spazientito.
“Perché ti importa tanto?”
“Non riesco a pensare e a fare altro da quando mi hai fatto quello stupido gioco”
“Oh capisco…” rispose il vecchio allontanandosi.
Il giovane vagabondo lo rincorse. “Ti prego, ne ho bisogno!”
“Ma vedi, mio caro, questa volta ti sei fermato perché la magia ti ha portato indietro nel tempo. Sei tornato quello che eri quando usavi questo gioco come trucco per essere amato, per ridere con gli altri, per essere parte del loro tempo, per goderti la vita. E pensare che allora non lo sapevi nemmeno. Invece oggi, ah, oggi scappi e riempi la tua agenda di orari e piani solo per non stare con te stesso. Ma lo vuoi sapere un segreto? La parola magica sei tu giovane vagabondo. Tu con i tuoi pensieri senza fissa dimora, tu che scappi per non stare, tu che hai tempo per tutto ma non per vivere la bellezza delle giornate. E ora portami a casa, sono stanco…”

Il giovane vagabondo era confuso. Quel vecchio, cavolo dove le aveva capite quelle cose? Lo caricó in macchina e seguì le indicazioni che gli venivano date. Parcheggió davanti all’imponente cancello di una casa di riposo.

“Vivi, vivi qui?” chiese perplesso il giovane. Il vecchio annuì con il capo. “Vedi mio caro, io ero come te e alla fine mi sono perso. Io correvo sempre, non mi ascoltavo mai e non c’ero. Così mi sono giocato le due donne della mia vita e ho lasciato che i miei figli sparissero oltre oceano. Oggi…” disse allegramente sbattendo le mani sulle gambe “oggi sono il più arzillo di tutti e scappo tutti i giorni per non crepare di vecchiaia come quelli là dentro!”
Al vagabondo venne da ridere ma poi si fece subito serio. 

“Oh, non essere in pena per me. Io sono in pace ora. Piuttosto pensa a trovare la tua, per piacere” e così dicendo scese dell’auto e si avviò all’ingresso.

“Sono io” si ripetè il giovane vagabondo guardando il vecchio allontanarsi. “Sono solo io…” e allora lasció che la magia di una volta inondasse la sua mente e quando fu pronto tornó alla casa di riposo. Il vecchio lo guardó e capì. Aveva occhi nuovi.
“Un giro in macchina me lo fai fare ancora però!” e gli fece l’occhiolino

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