Storia di Occhi di Cielo

C’era una volta un Pensiero.

Era piccolo e leggero, talmente leggero da riuscire a costruirsi una minuscola casetta, con un caldo lettino, sul cuore di una persona. A Pensiero piaceva giocare, muoversi e vedere cose nuove. Si divertiva a camminare tra il cuore e la mente, spostandosi poi tra le mani e la piega del collo. Si faceva il solletico con i capelli lunghi e quando si sentiva stanco tornava nel suo lettino a dormire.

Pensiero era inarrestabile. Sempre più spesso intraprendeva il suo viaggio quotidiano tra cuore, mente, mani e collo e si chiese cose ci fosse oltre. Così un giorno prese coraggio e mentre si faceva dondolare dai lunghi capelli saltò sulle spalle di un’altra persona. Come erano comode quelle spalle! Come si vedeva lontano in cima a quella testa e come era bello sentirsi al sicuro tra quelle braccia. A Pensiero la sua nuova scoperta piacque molto e siccome non aveva più paura di saltare nel vuoto decise di stare un po’ qua e un po’ là, un po’ su una persona e un po’ sull’altra.

Un giorno però mentre Pensiero stava saltando dalle spalle ai capelli successe una cosa strana. Il vento lo soffiò in alto nel cielo, sempre più in alto. Pensiero vedeva quei capelli a cui si era aggrappato tante volte sempre più lontani perché il vento lo portava sempre più in su. Superò gli alberi, le case, i grattacieli e il colore del cielo da azzurro intenso come lo aveva sempre visto divenne improvvisamente scuro. E silenzioso! Non si sentiva alcun rumore. Pensiero aveva paura tutto solo in un posto così buio.

“Dove è la mia casetta?” chiese intimorito ma subito qualcosa lo stupì. In lontananza si accese un lucina bianca e intesa, poi un’altra e un’altra ancora. Tutto sembrava familiare. Due mani grandi lo raccolsero e lo coccolarono.

“Vieni Pensiero…è arrivato il tuo momento.” gli disse una voce.

“Il mio momento per cosa?” domandò curioso.

“Per crescere!” gli rispose Voce.

“Crescere?” chiese senza capire.

“Significa diventare qualcuno.” disse Voce.

“E cosa si deve fare per crescere?”

“Fidarsi di me e lasciarsi impastare.” rispose Voce. A Pensiero Voce sembrava rassicurante e così si disse di lasciarlo fare. Pensiero si mise comodo tra le sue mani e aspettò.

Voce fece un bel respiro, prese un pizzico di stelle, un batuffolo di nuvola, una brezza d’aria, qualche gocciolina d’acqua e il profumo d’infinito. Iniziò mescolare tutti questi ingredienti insieme a Pensiero che rideva perché gli sembrava di essere su un giostra. Voce mescolò mattino e sera senza sosta, un giorno dopo l’altro. Ogni tanto Voce aggiungeva degli ingredienti: qualche assaggio di nota musicale, qualche pennellata di colore, qualche briciola di gusto. Andò avanti così per diversi mesi fino a quando ottenne un impasto che gli sembrava perfetto.

“Pensiero da oggi non potrai più chiamarti così” disse Voce un giorno.

“Perché?”

“Perché sei diventato reale e gli uomini chiamano “pensiero” solo le cose che non possono sentire, toccare, vedere.” spiegò Voce.

“E allora come mi chiamerò?” chiese l’impasto.

“Per me sarai Occhi di Cielo perché nei tuoi occhi ci saranno le sfumature di tutti i sentimenti che solo il cielo percepisce.”

“Occhi di Cielo? Suona bene!” disse il piccolo impasto. Voce lo accarezzò, gli diede un piccolo bacio e con un soffio leggero lo fece volare verso la terra.

Ad attenderlo c’era una casetta vera e propria, delle braccia pronte per coccolarlo, delle labbra pronte per baciarlo e dei sorrisi pronti per rasserenarlo.

Il viaggio di Occhi di Cielo sulla terra era appena iniziato.

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